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Le Tradizioni

 

San Lorenzo

Il 10 Agosto si festeggia San Lorenzo il patrono della città di Grosseto a cui è dedicata anche la Cattedrale. I festeggiamenti del santo iniziano la sera precedente con la suggestiva processione che attraversa le vie del centro cittadino, prima di concludersi in Duomo con la Santa Benedizione impartita dal vescovo.

 

 

Questo evento è da sempre seguito da una grandissima folla di Grossetani e di turisti, italiani e stranieri, provenienti dalle vicine località balneari. La processione è aperta da un carro trainato da robusti ed instancabili buoi maremmani di Alberese attraverso il tradizionale giogo. Sul carro prende posto il vescovo e viene esposta la statua lignea del santo durante il passaggio lungo le vie del centro storico. Il carro è seguito dai butteri con il loro inseparabile cavallo maremmano e la loro tradizionale divisa di abbigliamento; subito dopo sfilano lungo il corteo religioso le autorità cittadine, i sacerdoti delle varie parrocchie della Diocesi e i fedeli in preghiera. All'arrivo in Piazza Dante, il carro viene fatto fermare davanti al sagrato della Cattedrale, assieme ai buoi maremmani e ai butteri a cavallo. Contemporaneamente, il vescovo, i sacerdoti, i fedeli e le autorità cittadine entrano in per la solenne benedizione, durante la quale viene ricollocata al suo posto la statua di San Lorenzo.


 

La Merca

Nella Maremma, un tempo territorio impervio, acquitrinoso, dalla vegetazione folta e intricata, i butteri in sella ai loro cavalli imbrancavano il bestiame brado nato l’anno precedente e tra nugoli di polvere si preparavano al rito della mercatura.

 

 

Pochi ormai sono i luoghi dove gli animali vivono ancora bradi, ma in questi ultimi paradisi in primavera il rito si ripete da tempo immemorabile secondo un copione sempre uguale, che vede la fatica e gli incitamenti di questi uomini che vivono in simbiosi con i ritmi della natura, in sella ai loro cavalli aiutati solamente da lunghi bastoni per guidare le mandrie dentro i recinti. Il palcoscenico naturale è rappresentato, infatti, dai recinti di legno nei quali vengono spinti i capi di bestiame, vitelli o puledri di un anno, condotti prima nei mandrioli poi nel tondino, dove al centro è piantato il giudice, un tronco che serve di aiuto nel manovrare le funi necessarie all’atterramento di questi forti e possenti animali, dopo che sono stati sbrancati dal resto della mandria, presi al laccio e stancati. Un ferro rovente detto merco, segnava gli animali ai quali veniva dato un numero progressivo in base alla data di nascita e la sigla del nome del proprietario. Anche se alcune pratiche sono state abolite, ancora oggi tutto si ripete secondo gesti tradizionali, ma sempre imprevedibili data l’estrema rusticità degli animali. Un vecchio proverbio, riferendosi agli indubbi rischi che corrono i butteri in questa lotta, che in alcuni momenti è un vero corpo a corpo, dice: “Chi va alla merca senza essere mercato, alla merca non c’è stato”. Tutto questo lavoro di animali e uomini, anche se può apparire strano o violento, veniva e viene vissuto come una grande festa da parte dei butteri. Una pratica antica che rappresenta, infatti, il risultato finale di un anno di fatiche, dove il risultato è visto dalla salute e la bellezza degli animali.


 

Il Maggio

Comunemente a tutte le zone della provincia, anche nel Grossetano l'arrivo del maggio è sempre stato accolto con il «canto di questua» che ritrova le sue radici in antichi riti di fertilità di tipica tradizione contadina, verso la fine dell'800 il canto del «Maggio» si arricchì poi di contenuti politici e sociali. Un gruppo di «Maggiolatori» o «Maggiolaioli» composto di un piccolo coro e da alcuni suonatori di fisarmonica e di altri strumenti, se ne andava, un tempo, di podere in podere, così come ancor oggi si ripete, nella notte fra il 30 aprile e il 1° maggio. Con un abbigliamento tutto particolare, all'insegna dei colori e dei fiori, chiesto il permesso al «capoccia» il gruppo dava via alla sua cantata in ottava rima, dopodichè i mazzolini di fiori dei maggiolatori offerti alle ragazze venivano contraccambiati con uova, formaggio, vino o altri generi.

«/I geli son passati torna la primavera/si sente cinguettar la capinera/con anima sincera con fede e con speranza noi si rinnova questa vecchia usanza» questi alcuni dei versi di una «maggiolata» in uso nelle zone di Rosolie.


 

Credenze

La credenza popolare è sempre stata d'aiuto alla medicina ufficiale, o quanto meno ha avuto una sua funzione psicologica per far sì che malato e familiari si sentissero più protetti. Quando la malaria e la terzana con le loro insistenti febbri non permettevano la guarigione del malato, questo doveva scendere un burrone assai distante dall'abitato, in un luogo dove uomini e animali non passassero. Doveva poi raccogliere un filo d'erba e legandolo ad uno sterpo, facendo il nodo, doveva così recitare ad alta voce: «Qui ti lego e ti ci lascio, ti piglierò quando ripasso». Così facendo la malattia veniva «seminata» in quel luogo in cui non si sarebbe più recato e se malauguratamente, qualcuno, uomo od animale, vi fosse passato, il male lo avrebbe colpito. Sarà vero, non sarà vero? Non rimane che provare, inoltre senza andare troppo indietro negli anni quando i bambini avevano la tosse canina, venivano portati lungo la sponda dell'Ombrone e fatti camminare controcorrente in senso cioè inverso del fiume. L'esperienza poi dei «bestiai» e dei «butteri» ha fatto sì che sempre nel Grossetano, storte e slogature, riprendendo antiche forme curative, siano ancor oggi da molti curate con la chiara dell'uovo sbattuto. Una volta ottenuta una consistente schiuma, se ne cosparge la parte dolorante e si fascia ben stretta.

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